Giuro di dire tutta la verità, nient'altro che la verità, lo spergiuro.
Verbale dell'interrogatorio.
- anamnesi -
Stimati da me, solo son tre giudici nell'intera volta giudicale, quasi che fossero stelle, le uniche buone per muover dal poggio e dar timone a questa galera in notturna.
Non ne farò i nomi.
- prologo -
Un sovrano che compatisca il proprio cuore col suo popolo morirebbe con questo e se fosse il destino della battaglia così vile e clemente da risparmiargli la vita, questa con le mani proprie si dovrebbe togliere e lacrimare in eterno egli dovrebbe e se fosse un sovrano fatto condottiero veramente infuocato di coraggio e giusto saprebbe attendere il propizio e negoziare il tempo per dar scampo al suo popolo, per rinnovare l'arme ed organizzare la difesa e la tattica, tramutando il tutto in attacco. Invece, ecco arrivare il fesso di Narbona, un sovrano qualunque, il Brancaleone di Monicelli, il cavaliere non errante ma errato del Cervantes, il Mickey Mouse senz'anima di Bukowski ad attendere l'assalto dei lupi, il coniglio che s'intana da solo vedendo il serpente strisciare verso di lui, intrappolandosi in propria casa, aspettando d'assaggiar il fuoco con la lingua. Il giovane cortese dai piedi palmati e lingua d'oca, arrivato in Sardegna da sei mesi (Martino c'era da otto mesi) ed interessato più a far curriculum di battaglie per elevar suo nobiliar grado cadetto, con la testa rivolta alla Francia ed ai piccoli troni e feudi da liberar dagli inglesi, essendo un sovrano d'eccezione suddito di un altro sovrano, così come vuole ancora oggi l'odierna tradizione ed eccezione dei "governatori sardi".
Poi fa davvero fico e molto cinematografico leggere il bando di chiamata alle armi in sardo, ma ci sarebbe da chiedersi in che lingua vennero motivati i "soldati", in che lingua spronati ed incitati, preparati al fronteggiar morte. Sono pratiche ancora presenti, si pensi agli sport di squadra, pratiche fondamentali ereditate dall'arte delle armi, per compattare forza e coraggio e volontà. Chissà in quanti si pisciarono addosso attraverso varie ed eventuali braghe di lana d'atarju e quanti ancora vomitarono acidi e tremaron d'ansia, mentre sfiancava il cuore nel petto come ai cani a fin caccia, mentre quell'aborto bastardo d'Arborea proferiva parole in una lingua sconosciuta per poi rimanere nelle retrovie. Un esercito babelico e senza dugone, un gregge senza il becco che l'affila, disperso senz'ordine nelle piane, con armi che di micidiale avevan solo le braccia che le brandivano e buone per tagliar il capo ai soffioni di campo. Vecchio Mariano, quant'eravate lontano allora.
Un coniglio sconosciuto a farvi l'ombra, incaricato di difender casata, uno scudo araldico e non già la Sardegna, svenduta e rivenduta e scambiata con matrimoni di comodo dai tempi della povera Adelasia, donna oggetto e di tramite, come son sempre state le donne nell'epopea cattolica di padri padroni e papi. Come fu un secolo fa per la mia povera bisnonna, donna oggetto e tramite, alla quale fu spezzato l'amor naturale per natural sposo nullatenente, in cambio d'un marito di giogo e qualche bue.
- propaganda e retorica-
Poi si sente qualcuno dire, dilungarndosi in omelie da prete d'ambone, che in un sol giorno si perse la libertà, come quando i ciarlatani dicon di ingrassare in un sol giorno a capodanno, mentre in realtà s'ingrassa tutto l'anno: così in realtà i giudici obesi eran da tempo ed eran mercanti d'appezzamenti di terra già dal 1200, per il bene delle casate, per il bene della sanctissima mater ecclesiae e la libertà, certo non la loro, la cedevano anno per anno, la ipotecavano per ordine superiore o per proprio comodo di parentela. Ma si sa, la libertà per il contadino è la terra da coltivare, mica uno scudo araldico da sbandierare nel vuoto, come nel vuoto odierno. La libertà è mutevole come l'individuo e per ogni individuo tiene forma distinta. E se non fosse stato per le pur oneste leggi autoctone, che in qualche modo placarono e non abusarono d'imposte, qualcuno avrebbe anche abbandonato l'idolatria verso giudicali mercanti, come già accadde prima di Eleonora, quando fu ucciso un giudice in una rivolta popolare e proclamata la repubblica d'Arborea. Altro che giudici re e compravendita di terre del popolo, la Res Pubblica. Ma quella è un'altra storia.
- epilogo -
Questa è la storia di poveri uomini, miserabili d'ogni tempo, sottomessi sempre a qualcuno, già ipotecati ed incoraggiati per un soldo a salire in quel battello mortuario di fieno e di papaveri tinti di lor rosso di vena, nati coscritti con scritta condanna in fronte, nati vivi e morti come tronchi nel camino, senza nome, senza dar calore, esalando le ultime bave e schiume, come fresco legname al fil di fredda lama d'acciaio color fumo.
Questa storia è anche dell'esercito delle zanzare, sorelle senza tempo amate ed odiate, ronzini cavalli alati del cavalier plasmodi, anarchici d'ancestro che si presero la vita d'un re invasore, che d'invasore ormai avea ben poco, visti i regali a suo tempo concessi dal parentado giudicale. Un re che si prese meritata vittoria sul campo e che trovò onorevole parossistica morte.
Dismessi son ora i mai proclamati cavalieri, polline di fior profanato per mai domi venti, cime sottese al veleggiar di farfalla. Di battaglie ve ne furon tante in quel tempo, e se furon sconfitte, furon gloriose sconfitte, non vane morti. Ma essendo pure che tanti furon i traditori ed ancora biforcuto è il brillare dei fiorini, il bando si getta:
Al bando i re.
Al bando i giudici mercanti.
Inchino al sovrano popolo.
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