23/mag/2011

Ave alla pioggia

Ave alla pioggia
chi l'accusa è l'uomo moderno.
Che s'è svestito dei cenci contadini
che ha bruciato l'erba dei fanciulli pascoli
che ha conosciuto solo la siccità del serbatoio.
Ave alla pioggia
chi l'accusa è l'uomo moderno
che di sotto un tetto
invoca il sole per andare al commerciale centro
per fare compere con mani libere d'ombrello
con stomaco congestionato di cibo,
per andare a far sbrodare macchine
per semafori congestionati di macchine,
come se pioggia, il morso mettesse
agli sfinteri condominiali, ai gozzi addominali
alle volontarie azioni, alle primitive pulsioni.
Ave alla pioggia
rivelatrice di volontà e verità
di deboli asfalti elettorali
di abusi edilizi ed abigeati di letti di fiume.
Ave alla pioggia
chi l'accusa è l'uomo moderno
vanitoso impaziente,
l'essere pacchiano che bisogna al più presto
di colorarsi la pelle d'estetiche macchie,
mentre melanosi mortali,
rovinavano le genti nei soliani lavori.
Ave alla pioggia
che levava il silicotico trucco ai minatori
che lava e dilava
che tutto e tutti abbevera
che calma il polvero,
chi l'accusa è l'uomo ricco
ritratto mal riuscito d'individuo,
che vede spodestate le sue ricchezze e le sue voglie dal trasparente peso del gocciar,
mentre il povero le tende mani,
essendo solchi e secchi uniche sue tasche.
Ave alle gocce
che l'uomo moderno accetta
eppur nudo,
solo dentro una vasca di bagno
solo da un soffion di metallo
e poi interpretando
la natura come una chiave girant'acqua a piacere
e poi capricciando e borbottando al cielo

-Cagliari capitale, maggio di rose e pioggia-

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